Tullio Campostrini
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La storia della mia famiglia è fortemente legata a quella dei Marella. Mia madre Maria e i suoi fratelli divennero quasi naturalmente discepoli di don Olinto quando iniziò la sua rivoluzionaria attività d’educazione, culturale, civica e spirituale, qui a Pellestrina, privilegiando inizialmente i bambini.

Dei cinque fratelli, si dimostrarono più impegnati, mia madre e mio zio Nisio che fecero in tempo ad assumere posti di responsabilità nell’autogoverno della giovanissima comunità del patronato di don Olinto. Essi condivisero queste responsabilità con una cuginetta, Giovannina.

Era nelle consuetudini della mia famiglia andare a far visita a don Olinto e alla sua mamma Carolina a Bologna, in Via San Mamolo. In queste occasioni ci trasferivamo tutti (babbo, mamma, mia sorella e io) per alcuni giorni nella loro casa, trovandovi cordiale e gioiosa ospitalità.

Ricordo ancora il numero di libri che ospitavano i capaci scaffali collocati ovunque nella casa nell’ingresso della stanza da pranzo e altrove, oltre che nello studio assai ampio del professore.

Ricordo quest’uomo sempre pieno di libri e giornali sotto il braccio. Ricordo le passeggiate che facevamo per Bologna, dove non mancava mai una sosta in libreria.

Don Olinto venne a Venezia con l’imprenditore Dino Gavina per avere consigli dallo zio Nisio circa un terreno in piena campagna in quel di San Lazzaro di Savena, in località Cicogna. Era un bel giorno del 1959 quando venne da me in visita, per chiedermi di progettare un capannone, delle case, il campo sportivo e la Chiesa per la Città dei Ragazzi di San Lazzaro. Aveva con sé un foglietto sgualcito dove aveva tracciato in scala neanche troppo approssimativa uno schizzo progettuale!

Voleva che l’ingegner Tullio – cioè io, che portavo anche il nome di suo fratello ingegnere- ne ricavasse un progetto vero e proprio. Ne parlammo a lungo: la conclusione fu che il progetto lo dovevo fare io, ma che questo doveva ricalcare pedissequamente le linee, incerte nel tratto ma sicure nell’idea, che lui aveva indicato nel foglietto. Insomma, cedetti alla volontà del mio “cliente” speciale, cui peraltro non chiesi mai soldi per il mio lavoro che aveva una missione del tutto speciale.

Con la scritta “Qua Libertate Christus nos liberavit” quel padiglione è ancora lì a svolgere i compiti che Padre Marella aveva allora pensato e immaginato.

 

Progetto realizzato nell’ambito del bando Memoria del ‘900 promosso da