Antonio Faeti
Clicca per ascoltare

Quando ho visto per la prima volta Padre Marella, ero un bambino. Sotto un portico, appoggiato a una colonna, vidi a un tratto Padre Marella che chiedeva la carità.

Quella figura che suggeriva pietà e spingeva al compatimento, ma noi percepivamo il mistero di tanta grandezza in così poveri panni e, in un certo senso, quando siamo cresciuti e lo vedevamo tendere la mano all’uscita dei cinema, con le signore in pelliccia della Bologna opulenta, ci sembrava che un grande peso gravasse su quelle spalle così piccole. Padre Marella era un’alternativa, era un’altra via, era un’altra dimensione. Sembrava il cittadino di un’altra città, il testimone di un altrove assoluto.

Nella Prima A dell’Istituto Magistrale “Giuseppe Albini” che aveva sede provvisoria in Vicolo Bolognetti, ebbi come compagno di banco Ivo Nicosanti, uno dei “ragazzi” di Padre Marella. Aveva, per Padre Marella, un affetto ed una ammirazione che riempivano la sua mente non avrebbe voluto avere altro argomento di conversazione. Non pochi compagni lo schermivano per quella sua vita di ragazzo senza famiglia, diverso in tutto da noi. Ma Nicosanti sorrideva tranquillo e raccontava episodi sereni, spesso anche davvero divertenti, della sua comunità.

Cominciai a conoscere anch’io quest’uomo, Padre Marella. Nel corso delle visite Marella alludeva spesso alla responsabilità del nostro ruolo di studenti di Pedagogia e di futuri insegnanti. Aveva un suo pensiero molto originale, Sembrava essersi assunto il compito di ricondurre all’assoluta centralità di una fede priva di incertezze, anche apporti laici, da potenzialmente molto distanti. Mi sorpresi profondamente per la lucidità con cui accennava alla storia del nostro paese, perché lo vedevo tanto intensamente spirituale da sentirlo come separato dal corso mondano degli eventi.

E invece era molto attento ai pericoli dell’incipiente consumismo e faceva molte raccomandazioni a chi, come me, sentiva vicino al proprio ruolo di educatore.

Ricordo che un giorno d’estate, mentre gli dicevo che un giorno avrei fatto unicamente il pittore, mi pose una mano su un braccio, mi fissò sorridendo e mi disse: “No, tu farai il pedagogista…”.

Aveva ragione.
Non ho più dipinto dal 1976, l’anno in cui ebbi il mio primo incarico universitario di Pedagogia Generale.

Rientrando dal funerale di Padre Marella, nel 1969, fui stupito di ricevere una telefonata da Roma di una mia coetanea e amica, assistente di ruolo presso la cattedra di Sociologia del Professor Ferrarotti. Mi disse che, con quella perdita la ricca Bologna ora sarebbe stata spiritualmente più povera.

Ho avuto la fortuna di conoscere molto bene alcuni grandi italiani, infatti sono stato amico di Calvino, di Fellini, di Einaudi, della Ginzburg. Ma sono grato alla vita di avermi fatto conoscere Padre Marella. Quando si è sfiorati da tanta grandezza, i paragoni valgono pochissimo.

 

Progetto realizzato nell’ambito del bando Memoria del ‘900 promosso da